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L’ombrello in testa

Ho un ombrello in testa.

Magari cammino per le strade attorcigliate di Genova, c’è una giornata carica di sole ed io, chissà perché, ho un ombrello in testa. Mi è capitato di incontrare qualcuno che conosco, scambiare due chiacchiere e poi, improvvisamente, ho di nuovo un ombrello in testa. Non so come dire, sta lì immobile a farmi da cupola, mi impaccia le prospettive, non mi lascia essere lucida.

Certo, non sempre è così, ci sono giorni, mesi, posti, aerei, prati, libri, spiagge, persone con cui è facile dimenticarsi di avere un ombrello in testa. E allora tutto assume contorni meno seri, meno complicati, più limpidi.

L’altro ieri pioveva come le Niagara Falls. L’ombrello era rimasto per terra in macchina, sfasciato e calpestato. Correvo per la Salita del Fondaco verso Piazza de Ferrari, le scarpe allagate che suonavano quello squash – squash imbarazzante e fradicio. Non che ci fosse qualcuno a sentirmi, le vie si erano svuotate.

Genova è splendida, anche sotto il diluvio. E la corsa a perdifiato sotto l’acqua è diventata uno di quei momenti in cui anche se sei una pozzanghera, va bene lo stesso. E se anche sei fuori posto, va bene uguale. Una di quelle giornate senza ombrello in testa.  

Una volta arrivata a casa ho fumato una sigaretta alla finestra in salotto, quella che si apre sulla strada. L’odore di tabacco e pioggia si mischiava a quello delle poltrone stantie.

Spiando fuori dai vetri, è lì che li ho visti. Ammassati e agganciati a un lunghissimo filo. Paranoici, antiquati, bianchi lattiginosi nel diluvio della sera. 

Ecco, non potevo essere l’unica ad avere un ombrello in testa!

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