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Parigi in noir

Un anno fa a quest’ora partivamo per Parigi, si festeggiava uno dei vostri compleanni. L’ennesimo di una lunghissima serie. Faceva particolarmente freddo, così non fatico a ricordare il piumino, i calzettoni, i guanti in pelle e la calzamaglia lanosa dentro alla borsa da viaggio bordeaux.

Avevamo prenotato un delizioso Airbnb a Montmartre, dentro alle scorciatoie tutte curve che arrivano fino alla Basilica. Io sono atterrata per ultima, come sempre. Ho preso un taxi fino al centro; i palazzi parevano incastri di un puzzle della Belle Époque e non lontano dal mio sguardo, l’amico Lautrec gozzovigliava in un bordello e s’innamorava di una ballerina di can-can. All’indirizzo giusto c’era un portone in noce pesante che s’apriva con un codice, e dentro il cortile un’altra porta ancora. L’ingresso era un quadrato stretto di parquet con il corrimano penzolante e l’odore misto di antico e polvere mai lavata. L’ascensore non funzionava, come ogni volta in cui ho qualche bagaglio per le mani, così ho arraffato i gradini uno alla volta fino al quinto piano, con le spalle che mi cadevano addosso e la stanchezza come uno cerchio stretto alla testa. Nonostante le scale sbrindellate borbottassero sotto alla moquette impallidita, non mi sembrava vero d’avere Parigi lì fra le mie scarpe e l’idea di annegarci dentro, dentro fino in fondo, mi risollevava da tutta la spossatezza.

Una volta all’appartamento vi ho trovate intente ad ispezionare le stanze pezzo a pezzo, monile per monile, tenendo le finestre spalancate per alleggerire e congelare l’aria stopposa della casa. Giravate attorno al lungo tavolo del salotto provando a sciogliere l’impiccio di quel luogo sconosciuto, stipato di cose non vostre, di bicchieri e tazzine sbeccate e bustine del caffè solubile che mai vi sarebbero appartenute.

Una volta stabiliti i turni per la doccia la stanchezza sembrava essersi dissolta come vapore caldo, nonostante l’ora tarda incasellavamo chilometrici impegni per i giorni avvenire. Una desiderava rivedere il Louvre, l’altra agognava la fonduta del ristorante vicino ai magazzini mentre io mi concentravo sulla mostra al Palais de Tokyo. Nei giorni precedenti al viaggio quasi non ci eravamo telefonate, invece adesso le parole scavallavano inferocite e sembravano esserci milioni di cose da fare, tutte improrogabili. Tu controllavi le previsioni ogni dieci minuti ribadendo che ‘ogni cosa dipende dal tempo’. Però, indipendentemente dalla pioggia o dalla grandine, eri venuta a Parigi anche per acquistare ninnoli francesi da esporre nella tua bella casa già gorgogliante di mobili, quadri e tre detestabili gnomi della Kartell. Tu sei sempre così, tutto e il contrario di tutto, dici una cosa e poi nei fai trenta diverse. Hai un inguaribile senso della spontaneità e del caos. Una disinvoltura così forte, la naturalezza che possiedi nel perseguire la vita è, per me, sempre cosa nuova e meravigliosa.

Scoccate le due di notte abbiamo sincronizzato le sveglie e le nostre risate. L’appartamento fioriva di energia, vibrazioni, chiacchiere e leggerezza. Ci siamo spartite le due camere come fossimo al campeggio estivo, due in una stanza e due nell’altra; la nostra era un quadrato piccolo con un letto francese così alto da sembrare un carro armato e una finestra posta all’angolo. Dal vetro si scorgeva il cortile interno sommerso di edera, le luci accese di chi non è pronto ad assopirsi e quel filo di città che era un tremito sotto ai nostri sogni.

Per tre giorni abbiamo fatto colazione allo stesso bar a due passi da casa. Uno di quelli con il mobilio antico e un po’ troppo gettonati, eppure ci siamo affezionate ai tavoli legnosi vicino le ampie vetrate, alla baguette calda col burro dolce salato e ai camerieri in ghingheri con il vigoroso accento francese. Il menù era sempre lo stesso; croissant e cioccolata calda per noi, baguette e omelette per te che avevi voglia di salato. Mi piacevano anche sedie e tavoli posizionati fuori, completamente vuoti perché quasi sempre la neve piombava forte.

La seconda mattina di viaggio era apparso un sole gelido, così abbiamo passeggiato sulla Senna fino a che ci ha stufato, poi siamo state in un ristorante stomachevole ma con una coda lunghissima ad attendere fuori. Una volta soltanto siamo salite su un taxi, era già buio pesto e non ci eravamo fermate un attimo. La Tour Eiffel era splendida con le sue luci gialle e forti, avremmo voluto salire fino in cima, ma a quanto pare tu soffri di vertigini, così hai costretto tutte noi a fotografarla col naso all’insù. Al Palais de Tokyo avete detestato e deriso ogni singolo meccanismo d’arte contemporanea fino a che non vi si è messo il cuore in pace. Nel mezzo del programma c’era pure il Museo D’Orsay, ma il tempo s’era già asciugato e tu, con gli occhi che ridono, hai detto ‘smettete di lagnarvi, ci rifaremo la prossima volta’.

Parigi ci si è immersa dentro e noi dentro lei, statuaria e splendida, gelida e algida, a volte comica. Tu hai continuato a spiare le previsioni del tempo ogni volta che potevi, eppure sotto la neve o la pioggia,non smettevamo di girare la città. Ricordo perfettamente quel pacco gigante di Macarons, di come profumavano e di come ce li siamo spartiti uno ad uno,boccone per boccone. Proprio tu li avevi scelti di tutti i gusti, anche i più improbabili.

L’orologio è scattato in avanti di tre giorni troppo rapidamente, così ci siamo imbarcate e le nostre vite sono tornate al solito ritmo. Ogni volta che poso gli occhi su Milano, non mi ricorda nulla. Non mi corrompe e non mi disegna addosso alcuna linea. Non mi appassiona ma nemmeno mi strazia, in fin dei conti è una città furiosa e non ci si sente mai vuoti. Tu hai sempre ribadito che è casa tua più della Toscana dove sei nata e cresciuta, forse ti alletta l’idea di scappare per tre giorni, una settimana, per poi tornare qui, in questa città che ricorda i binari dei treni. Per come ti ho in mente io, però, tu non sei solo una misera città ma moltissimi posti legati insieme, incorporati e sovrapposti. Sei un fiume in piena, qualcosa di incontenibile. E parli con la verve di chi non è mai stanco eppure ha il fiato corto, con le parole velocissime perché a modo tuo vorresti usarle tutte insieme e tutte in una volta. Parigi è una città che mi ha parlato molto, esattamente come hai fatto tu.

Dopo il nostro fine settimana francese ci siamo viste solo a qualche altra cena sporadica, perché non c’è mai spazio e non c’è mai tempo. Il mio compleanno cade nei giorni della merla ed eravamo insieme, non ricordo se sei stata proprio tu a regalarmi gli orecchini blu che ho indossato qualche giorno fa. Sarebbe buffo, perché adesso che ho tagliato tutti i miei ricci, proprio tutti fino al collo libero e una frangetta stentata, gli orecchini tintinnano ben in mostra con tutte le linee del viso. È buffo anche che l’altro giorno, mentre facevo il cambio di stagione, ho trovato la sciarpa che t’ho rubato, non rubata per davvero, nel senso che un giorno di freddo me l’avevi imprestata e io non l’ho mai riportata. L’ho posata sul fondo dell’armadio, come la nostra gita a Parigi. A volte vorrei premermi le dita sulle orecchie e urlare forte oppure schioccare le dita per chiudere tutte le porte del suono, perché sono molte le cose che non ti ho restituito. Le smorfie del viso che mi facevano sbellicare dal ridere, per esempio. Tutte le parole di incoraggiamento sfrenato, neanche quelle te le ho mai ridate indietro. Quella volta in cui sono salita su un palco per raccontarmi e tu eri a spiarmi in mezzo al pubblico, non ti ho mai restituito un briciolo di quella forza. E la consapevolezza che bisogna circondarsi di tante, piccole cose belle, di una città che ti renda complice e una collezione di stampe parigine e brutti gnomi della Kartell per sentirsi, finalmente, a casa. Saper ritagliare spazio per gli altri e riuscire ad amarsi meglio e un po’ di più. Anche questo ho provato a rubarti.

A Parigi, ormai un anno fa, ho fotografato questa strada nera che si crogiola nel buio, qui dove tutti gli uomini paiono estinti. È forse una delle foto più futili, perché non racconta ballerine di can-can, crêpes francesi o monumenti cubisti. Non c’è neppure un angolo di Louvre e non ci siamo noi quattro in posa. Eppure, questa strada nera ce l’ho stampata in fronte da quando l’ho vista, perché mi ricorda proprio me, così taciturna e scura, così impietosa e mal funzionante. Invece tu sei sempre stata quelle luci svergognate lampeggianti, quelle che avvolgono e rassicurano quando si guida da soli a notte fonda. Hai saputo accogliere la vita e poi hai lasciato che si scatenasse tutt’intorno, le hai impresso suoni e visioni scroscianti. E io, io davvero ho creduto che fosse tutto vero e che non ci fosse bisogno di restituirti nulla, e così mi sono riempita di luci, come questa dimenticabile strada di Parigi.

Ora, solo ora che tu sei scomparsa e non me lo sarei mai aspettato, non rimane altro che questa brutta foto da darti; la strada invisibile e Parigi bella come non sarà mai più.

E le tue luci, le tue luci sempre accese.

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