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Una lettera nata storta

Caro tu,

ti scrivo questa lettera che non sono neppure le nove di sera, è forse ancora troppo presto per gli sbocchi del cuore, ma l’ispirazione si sa che arriva all’improvviso, quindi ti scrivo, anche se non sei qui e di certo non tornerai da un minuto all’altro. Ho tutto il tempo che voglio fino all’alba. Domani è un giorno importante, per te e per noi, dunque meriti di dormire tra le tue lenzuola scapestrate in solitudine. Sarà una svolta decisiva, meriti di illuderti che da domani non sarai più solo. Domani, domani, domani.

‘Non farti divorare dalle tue belve nere’ No, certo amore, non devo diventare triste. Non posso mica essere tetra, così, tutto d’un botto. Me lo hai detto fin troppe volte, che non devo lasciarmi tramutare dai miei mille malumori, dai miei uncini affilati.

La prima volta che ci siamo scontrati stavamo in quel locale tutto agghindato dietro i Navigli. Milano era di quel grigio che in fretta e furia diventa buio, e sembrava quasi una bella serata. Ridevamo forte, per fare sapere al mondo che quel grumo di ore era solo nostro, che eravamo interi, d’un pezzo, tutto e niente, e che i nostri bei denti bianchi erano proprio nostri, come i vestiti sfacciati e le facce arroganti dentro cui stavamo comodi. Ed eravamo davvero belli a quel modo, vivi. Quella sera ci siamo inciampati addosso, spiati da lontano e poi siamo scoppiati a ridere, senza neanche conoscerci. Siamo andati a casa tua e tu il tuo nome lo avevi dimenticato, io il mio non l’ho saputo mai. Abbiamo barcollato per la stanza scarna urtandoci, mentendoci, raccontandoci le curve storte che possediamo meglio di qualsiasi altra cosa. Anche le brutture del corpo sembravano belle al buio; gli occhi storti, i tuoi, i piedi sgraziati, i miei. Ti ho martoriato la pelle coi denti per farti lo stesso male che io ho fatto alla mia anima per buona parte di questi stupidi vent’anni scalzi. E tu non sei di certo stato clemente; mi hai svestito senza neanche prestare attenzione a che corpo stessi strappando. Mi hai morso senza voler sapere il mio sapore. Mi hai scalato e sventrato, senza cura, senza sapere quali ferite avessi già.

Una volta finito avevamo la nausea, sentivamo l’obbligo di correrci lontano e non rivederci mai più. Sono sparita alle sette del mattino, con mezzi vestiti addosso e mezzi fra le mani. Ho perso un orecchino, l’ho sentito ruzzolare, ma la paura di vederti e di essere vista era fortissima, così sono corsa via senza riprenderlo. Tutto questo mi sembra così lontano adesso, un tempo infinito. Sono passati, vediamo, uno, due, tre, quattro anni. Quattro. Amore, abbiamo tutti questi giorni e ore raggomitolati sulle spalle, come una matassa lanosa fra le mani, però sono ancora qui a scriverti una lettera d’amore.

Stavamo insieme da due anni, e non avevamo mai avuto il coraggio di fare un viaggio insieme. Forse perché era tutto così fragile, tra di noi è sempre stato tutto ad un passo dal rompersi. In equilibrio fra le crepe. Certo, la distanza non ci ha aiutato. Da Milano a Catania è parecchia strada, è già un aereo, è già che dobbiamo aspettare due settimane per ricordarci come siamo fatti. Ma io te lo dico sempre, che il mio sud non posso lasciarlo. Il sole frantuma gli occhi, castiga la pelle di rosso anche d’inverno, mi ammortizza il dolore. Questo sud che bisognerebbe salvarlo, non abbandonarlo. Tu invece preferisci il nord, si sta meglio, si può prendere la metro, andare alle mostre di arte contemporanea e nei locali alla moda. Ma amore, che me ne faccio della metro in due minuti e dei fari di luce, se non riesco ad inventarmi distese blu profondo per essere felice.

Scusami, non voglio perdere il filo. La nostra prima vacanza l’abbiamo trascorsa a Pantelleria. Io volevo Marettimo e tu Favignana, così abbiamo provato a fare uno dei nostri primi compromessi per non ringhiarci contro. Quei giorni sono stati belli e intensi, reali. Il dammuso si ergeva in alto, a strapiombo sul mare. Mi piacerebbe ripensassi allo scroscio dei tuffi ripidi, gli immensi cieli stellati, il vento che sfuma gli alberi, il rumore delle onde che si quietano solo quando, finalmente, ti entrano dentro.

‘Di questo amore dovremo fare per forza qualcosa di buono’. Te l’ho sentito ripetere spesso nella nostra prima vacanza. Ma in mezzo a quella nostra passione forte ci sono i litigi codardi, furibondi, e il nostro strano incastrarci senza avere alcun punto d’incontro. C’è anche l’orgoglio di stare fermi e non voler mai fare un singolo passo in più dell’altro. Cos’è che ci rende deboli? Litigare per delle porcherie, oppure rendere i sentimenti stessi immense porcherie?

Ti scrivo questa lettera perché, dopo quattro anni, stiamo facendo il passo finale, l’ultimo. E chissà se davvero abbiamo mantenuto quella promessa fatta al mare una vita fa. Forse no, e allora saremmo due che si sono solo perduti, o forse sì, e questa mia scrittura piena di cliché è la prova che da qualche parte siamo andati per davvero.

Adesso sono le dieci, è ancora presto. È che ho quest’ansia, questa febbre di dirti tutto, voglio vomitarti addosso ogni cosa, ogni gesto del mio linguaggio, ogni mal di testa che ti ho tenuto nascosto fino ad ora. Chissà se mi svelo per tenerti più legato alle mie caviglie oppure per liberarmi definitivamente di te. Però più scrivo, più divento schiava di questa lettera. Più scrivo, più mi aggredisce la paura di domani, che dovrebbe essere un giorno di luce, allegria e vino, dove t’incastri un anello al dito e una promessa l’attorcigli alla lingua.

Una volta ti ho prestato il mio portatile. L’ho fatto così, senza neppure pensarci. Forse era stato tutto un trucco del mio inconscio, per permetterti di fare breccia nel mio cuore ermetico. Io sono una cassaforte, lo sai bene. Credevo che non avresti mai avuto bisogno di sapermi a trecentosessanta gradi. Noi esseri umani non siamo lineari, siamo come piante; ci inalberiamo in mezzo agli organi sotto la pelle, abbiamo radice nei piedi, e poi pensieri e sentimenti come foglie crescono rigogliose, diventano fiori, appassiscono, muoiono, fertilizzano altri pensieri e altri sentimenti. Ci cresciamo addosso, ci cresciamo dentro. A volte facciamo le spine. No, non credevo avresti aperto le mie lettere. Certo, una volta letti impropriamente i miei diari, le favole erano morte tutte. Una volta vista la luce si sono dissanguate veloci. Mi hai spulciato le viscere e colpito dove non potevo difendermi. Mi sono sentita ridicola. Alla fine, però, siamo arrivati fino ad oggi, e anche la storia delle lettere sembra essersi dissolta. Però, cosa credi, possiedo ancora segreti che tu non saprai mai. Non solo segreti, ma altre lettere, pensieri, sensazioni, desideri, che saranno sempre e solo miei. E anche tu, dentro a quell’abito nero di domani, avrai cose sempre e solo tue che io non voglio neppure immaginare. Dobbiamo amarci limpidi, hai ragione, ma tutti i campi assolati hanno pozzi come tacite voragini.

Campi nebbiosi e buche di sole

Mi pesa sapere che siamo una coppia che per tutto il tempo sta sul filo del rasoio, che si sgretola velocissimamente. Ho paura di dire certe cose a voce alta. Sono imbrigliata dentro ad un quadrato disegnato con gesso il bianco da te, e da me complice. E se esco fuori da quella linea sporca, so cosa succede. Vorrei che quella linea non fosse un ricatto e temo di sentire, prima o poi, la forza di saper scegliere, di scappare via e lasciare consapevole il quadrato vuoto e solo.

Ricordi quella toccata e fuga a Torino? La nostra stanza accovacciata vicino Piazza Statuto, proprio dietro il mercato. La prima sera eri agitato e stanco, continuavi ad aggredirmi per un nonnulla. Succede spesso, questo nervosismo insensato. L’aperitivo era pessimo, mi ero distratta un attimo troppo a lungo e poi avevo tirato fuori quella lista lunghissima di musei, librerie, ristoranti da vedere e assaggiare in due giorni appena. E quando non ne hai potuto più della tua smania e il nervosismo ti è traboccato dalla gola, mi hai lasciata. Correvi sotto ai portici, provavi a seminarmi, cercavi un modo facile per perdermi. Ma a quei tempi ero ancora disposta a perdonarti tutto, così mi sono trascinata vicina al tuo cuore e ho trovato un compromesso con la tua rabbia. È stato facile abbracciarti nudo sotto alle coperte e condurti a me. Stringerti e mischiarti alle mie pulsioni, soffocarti e coprirti dei miei capelli ovunque. Raccontarti una delle mie storie per farti dormire sereno. Il giorno dopo il parco del Valentino si colorava di verde, giallo e rosso, come dentro al prato di Monet; abbiamo camminato fino ad essere un’unica massa corporea esausta e della furia della notte prima sembravi esserti dimenticato.

Non so perché trascino la lettera così a lungo, come se non fosse completa. Tu mi diresti che mi dilungo inutilmente. Non mi sopporti quando, per provare a spiegarmi, mi perdo dentro me. È che sento i morsi della fame delle parole, sento che vogliono qualcosa di più.

Chissà domani come saranno vestite le tue sorelle e i bambini. Tutti cercheranno di essere incredibilmente all’altezza. Sono occasioni che attirano entusiasmo, euforia, una chiesa con le volte disegnate. Sono occasioni che attirano pensieri puliti, speranze per il futuro. Certo, per la celebrazione avrei voluto il Castello Normanno sulla piazza di Aci Castello, dove sono cresciuta. C’è una scalinata di pietra lavica che sale fino al terrazzo, e dal terrazzo il mare che straripa e sbatte. Volevo organizzare la giornata di domani a fine maggio, quando già la pioggia è rarissima. Mi piaceva che fosse un luogo fatto di fuoco spento e freddo che si congiunge a cielo e acqua. E poi, lì sopra, è così rigoglioso, pieno di piante, di stradine tortuose fino alle stanze del municipio. Tu avresti avuto un completo estivo, sudando di nascosto sotto alla stoffa nera. Saresti stato splendido, e lo sarei stata anche io, a modo mio, un abito semplice e l’hybiscus rosso, che è il mio portafortuna da sempre. Sarei stata bella, soprattutto perché piena di risate oneste, compiute, granitiche, risate laviche e di acqua di mare.

Mahai scelto una chiesa al centro di Milano, e io non posso biasimarti perquesto. No amore, non voglio rattristarmi. Adesso scaccio la tristezza come fosse un cagnaccio affamato, in fondo oggi è ancora la notte prima di domani.

Sarebbe bello che dopo la cerimonia e il buffet noi potessimo rintanarci a fare l’amore. Quell’amore crudo e rivoluzionario. Quello dei graffi e le nostre voci che sussultano e s’arrampicano insieme. Dio, quanto mi piacerebbe. Una volta abbiamo fatto un amore fortissimo. Eravamo stati a cena, bevendo decisamente troppo, poi siamo corsi a casa quasi boccheggiando. Una volta in camera è stata un’esplosione. Ricordo di avere sbattuto la schiena, i vestiti ancora addosso per metà, eppure eravamo così intimi che non sembravano impacciarci. Ridevo anche, a volte per le facce buffe, a volte perché ero felice, altre per il dolore. Penso che un dolore così intenso debba essere provato cento volte ancora nella vita. Me lo auguro ancora, di sentire qualcuno forte, così forte, dentro di me. Come a squarciare, a rompere, a spezzare le fila delle mie sensazioni, a sconvolgermi le idee e le insicurezze croniche. Mi faceva sentire al sicuro che, quando abbandonavo la mano indietro sulle lenzuola, tu me la prendevi, come non volessi lasciarmi lì da sola. La prima volta che ti ho dormito addosso non ci amavamo neanche un po’. Neppure la seconda, la terza, la quarta e per un po’ di tempo non ci saremmo amati mai.

È strano ricordare adesso i momenti di pace. Come quando leggevi un mio racconto e ti piaceva davvero, allora era tutta una festa. Come quando chiacchieravamo per ore, raccontandoci qualsiasi cosa. Pensavo mi avresti saputa capire meglio di quanto non  riesca a fare io. Avevo la sensazione che se non fossi stato lì a colmarmi i vuoti, sarei impazzita. Eppure io non sono debole e ti dirò, senza di te non sarei davvero diventata matta.

Poi la svolta. Eravamo al Giardino di Bacco, che è sempre stato uno dei miei posti preferiti. Quella sera eri appena arrivato da Milano e volevi cenare fuori. Io mi sentivo al centro dell’universo, nonostante la tua espressione preoccupata. Credevo che tutto andasse per il meglio e non so davvero da quanto tempo ti stessi preparando per farmi la proposta. Ricordo bene quel momento; Io torcevo una cozza sul piatto di linguine, tu mi hai guardato con quegli occhi storti e ti sei buttato per terra, davanti a me. Una strana posizione mezza inginocchiata. Avevo aspettato così a lungo quel minuto gonfio e teso. Mi hai preso la mano più forte, quasi fino a farmi male, piangevi a dirotto. La gente intorno guardava, ti vedeva di schiena e aspettava esitante, come me. Gli esseri umani sono così scontati.

Hai detto ‘Scusami, scusami, ho fatto l’amore con un’altra’.

Buio. Forse non eri stato così monotono e prevedibile. Se dovessi descrivere il buio vero, sarebbe quello di quando hai gli occhi aperti ma non vedi nulla. Stavo sospesa, stretta in bilico fra le parti del corpo che non ne volevano sapere di riaggiustarsi, di rimettersi insieme. Il cuore in basso vicino alle ginocchia, lo stomaco fra naso e bocca, i capillari s’arrampicavano su per la gola, fino al cervello, fino a esplodere.

Poi, tutta in una volta, la rabbia rossa, ed io sono finalmente impazzita. Mi sono avvinghiata al tuo collo come una iena feroce, ti ho morso la pelle sudata del collo. Cercavi di sganciarti da me e nel mentre piangevi ancora, scusami, scusami, ho fatto l’amore con un’altra. Non urlavo, grugnivo. Raschiavo. La mia voce si sgolava, irriconoscibile, nella rabbia, nel dolore che affonda i denti e sgozza il petto.

Poi ci hanno diviso, tu sanguinavi e il mio vestito lungo era strappato come uno spacco fino all’anca. Respiravi come l’animale che è scampato per un filo al leone. Poi, le parti del corpo si sono ricomposte, mi sono rassettata. Col trucco che mi colava sulle guance ho finito di mangiare, mentre tu mi guardavi esterrefatto. Il tuo piatto è sempre rimasto intatto, io invece ho chiesto anche una fetta di dolce alla ricotta e un amaro. Sì, anche l’amaro. Siamo rientrati in macchina muti, guidavi piano e non respiravi per non farti sentire.

‘È stata una cosa di una volta sola’ Io di certo sapevo che mentivi. Oltre ad un essere un traditore, sei stato pure un cretino. Povero coglione. Così non ci siamo visti per tre lunghissimi mesi. Tu avevi bisogno di tempo per risolverti, io dovevo ricostruirmi piano, adagio.

Mi hai detto ‘risolveremo tutto’

In quei mesi ho ripreso la vita come se tu non me l’avessi mai scorticata. Forse perché sentivo che ancora non era finita del tutto, o forse perché io funziono così. Torno a zero e lascio l’agonia fuori dalla pelle. Mi parlo a fondo, mi racconto come devono andare le cose, faccio progetti che sostituiscono tutte le cose che perdo e le aspirazioni finiscono per riempire i buchi. Ma rimaneva, per l’idea di noi, una piccola contorsione. Ammetto che una parte di me ancora ci credeva, per cui ho continuato a lavorare all’agenzia di viaggi senza neanche prendere un giorno di riposo. Ho visto le mie amiche più spesso, come non facevo da secoli. Non crollavo, non mi avresti annullata. Sono uscita con due uomini, entrambi molto gentili e poco interessanti. Li ho dimenticati nello stesso momento in cui hanno chiuso la porta senza far rumore. Chissà quando arriva l’incontro giusto, chissà quando capisci di avere davanti la persona che ti condurrà, con coraggio, fino alla fine.

Dopo tre mesi di quest’aspettare senza mai dirlo ad alta voce, una notte ho sentito quel rumore familiare. Hai citofonato al tuo modo inconfondibile e un poco cafone: due suoni veloci e poi uno più lungo, per farmi sapere che eri tornato, che eri tu. Io ho sorriso confusamente e sono corsa fino al pianerottolo col cuore che spingeva fortissimo.

Avremmo sistemato tutto. Eri tu.

Santorini and the view

Oggi è finalmente il domani che attendevo con brividi che m’hanno scosso tutta la notte. Mi sono addormentata sulla scrivania, la fronte umida e la lettera ancora spalancata ed incompleta. Manca qualcosa. Questa sorta di vuoto svuota anche me, è come se non trovando le parole adatte io mi stessi sgretolando. Adesso, però, mi tocca prepararmi. Il telefono squilla, appare il nome di Lori sullo schermo, e io, per questa unica volta in vita mia, rispondo prontamente. Ti stai vestendo? Sì. Come stai? Bene. Mi sarebbe venuta a prendere nel giro di un’ora. Mi lasciava il tempo per farmi bella. Bella. Quanto tempo sprecato dietro al trucco, all’acconciatura. Faccio una doccia che mi lava via i pensieri e l’ansia, mi passo tre volte il bagnoschiuma per grattare via i residui di malessere. Il telefono continua a fare l’isterico, ma sono tutti ‘in bocca al lupo’ che per ora non ho voglia di sentire. Fumo tutto il Golden Virginia racimolato nell’astuccio che mi hai portato dal Giappone, e il fumo pian piano lava via la nausea. Oggi devo essere felice, oggi è domani. È quel giorno che abbiamo aspettato per tutto questo tempo. Quattro anni.

Arrotolo i capelli nell’asciugamano, mi vesto piano, sospesa dentro un’insperata serenità. La pelle è liscia come piace a te, amore, proprio come piace a te. Raccolgo i capelli in alto, per avere il viso libero, leggero. Gli orecchini d’oro al lobo, il bracciale che sembra un serpente. Indosso un abito incredibilmente semplice, sagomato. Mi slancia. Solo Lori ha già visto cosa indosserò oggi, oggi che è il domani di ieri. Tu no perché, anche se non sono superstiziosa, non voglio fare passi falsi e cadere nella paranoia.

Il citofono scatta, un unico suono limpido ‘Scendo’. Prendo la borsa, infilo veloce le scarpe col tacco su cui traballo un po’ più sicura di me. A pianoterra Lori mi aspetta e mi abbraccia, è commossa. Mi dice che posso anche scappare via, che posso permettermelo. Io rido e la guardo; come potrei andarmene, come potrei fuggirmi nella giornata del debutto.

Slittiamo per le strade di Milano senza che io le riconosca. Nonostante ci viva da un anno, non ho idea di che città sia. Alla fine l’ho lasciato il sud, l’ho fatto per te. Ho dichiarato guerra alla mia isola rigogliosa e sono arrivata qui per la metrò veloce e i locali alla moda in cui non entro praticamente mai. Lori guida sicura, solo si ferma quando le chiedo di passare dal fioraio dove compro veloce un solo, intero, hybiscus rosso. Ti avevo promesso anche questo. Lo aggroviglio fra le dita, in modo che sulle scale della chiesa io non sia sola a proteggermi.

‘Eccoci’ dice Lori.

‘Eccoci’ dico io.

Fumiamo una sigaretta. Teniamo i finestrini aperti per non affogarci nella cenere, ma rimaniamo incollate ai sedili con l’odore acido della paura addosso. Alla fine mi decido, mi convinco di poter arrivare in fondo. Ci avviciniamo a quella anonima e triste chiesa di Milano, vicinissima al locale dove ci siamo incontrati la nostra prima volta. Adesso c’è il sole e le scalinate sono colme di gente.

Dio, che ansia. È piena, ma quanti sono? Non pensavo che gli invitati fossero tanti. Da quando conosciamo così tanta gente? Una massa informe, enorme. Ci sistemiamo, con le mani atrofizzate, sotto alla scalinata. Aspettiamo. Sono due minuti che mi sfiniscono.

Poi, d’improvviso, tu esci dal varco di tutti questi esseri umani che si mescolano sorridendosi l’uno con l’altro. Applaudono. Ti vedo da qui ma non riesco a salire verso di te. Tu sei a due passi, splendido nel tuo vestito nascostamente sudato e l’espressione insieme corrucciata e divertita. La gente si congratula e ti tocca, ti sfiora la felicità sul volto paonazzo. Poi dall’aria scrosciano pugni di riso pallido. Riso per un esercito.

Dimenticavo, anche lei è molto bella. Bionda, pallida, longilinea. Ha un vestito da principessa vogliosa che io non avrei mai indossato. Non me lo sarei permesso. Lei ride ancora di più, non inciampa, ha denti bianchi piccoli, quasi da roditore mentre gli occhi sono grandi e color nocciola denso rassicurante. Sì, questa è una donna che potrà farti stare al sicuro. Senza le mie mancanze, i racconti inquietanti, i miei malumori come bestie maledette, gli inconsolabili desideri, le incontrollabili visioni, i sonnambulismi, i miei parapendii e le voglie che tu non potrai mai riempire. Le mie emozioni veraci e sconvolte. Invece, quella è una donna che ti farà stare sereno come vuoi tu. E si vede che un prezzo per la felicità non l’avete ancora pagato. È troppo presto. Fate piano le scale della chiesa, braccio nel braccio.

Io mi guardo da fuori, in fondo ho resistito a tutto; all’umiliazione e al dolore, mi sono combattuta e anche vinta, che quando hai citofonato quella notte a casa mia, con il suono cafone prima breve e poi più lungo, ti ho aperto sapendo che eri tornato da me. Poi mi hai detto, inginocchiato e piagnucolante, ancora una volta come quella sera a cena ‘mi sposo ’

Mi sposo.

È dunque lei quella con cui hai fatto l’amore e dopo tre mesi una corsa all’altare. L’amore è così, imprevedibile e mostruoso. Gronda di passione e cose antiche segrete che non si possono sapere mai. Si scatena che neanche te lo aspetti e poi devi proteggerlo e lui dovrebbe saper fare altrettanto. Invece noi siamo sempre stati in equilibrio sulle crepe.

Ora mi hai intravisto, impettita come sono ad osservarti, anche se non puoi avvicinarmi. Stai lì, con gli occhi storti che agonizzano nella paura. Amore rilassati, l’unica cosa che voglio tenere per me è l’hybiscus rosso fragrante. Per ricordare al cuore che sono stata sotto queste scalinate di fiori bianchi e riso e non sono impazzita. Ho capito il perché di questa lunga lettera, adesso so anche come chiuderla. Mi dispiace, ti ho annoiato come sempre, ho fatto troppe capriole e curve di parole invece di una frase stretta e semplice.

Amore, non ti amo più.

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