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Ninetta mia

Nina, me la ricordo bellissima.

Sotto il sole le spalle erano nerissime e anche le gambe chilometriche diventavano braci ardenti. Io me la ricordo, a vent’anni, come faceva impazzire tutto il paese. Il macellaio e il fruttivendolo, quando si faceva mercoledì e Nina andava a fare spese, si agghindavano a cerimonia. Il camice pulito il macellaio, il fruttivendolo si pinzava i baffi e si annaffiava di acqua di colonia. Era ancora il tempo in cui le donne vestivano gonne e vestiti coprenti. Invece Nina andava in giro con abiti focosi, una camicia di lino che lasciava intravedere le curve del seno, la gonna che lasciava scoperta la caviglia sottile col passo lieve. Faceva diventare matto il paese.

E poi andava in spiaggia, a giugno, si spogliava del vestito leggero e si sdraiava in costume. Me lo ricordo fin troppo bene, quel costume rosso lava che lasciava scoperta la schiena ampia e forte. Noi ragazzi del liceo, che non avevamo neppure la barba, passeggiavamo davanti alla sua sdraio come per caso, come fosse una casualità. Invece facevamo avanti e indietro per mangiarcela con gli occhi. Anche se eravamo timidi e balbuzienti, ce la saremmo rubata tanto era bella e vorticosa. Veniva corteggiata a destra e a manca, ma non volle sposarsi. Forse ci piaceva pure per questo, la camminata di fuoco e la sua indipendenza.

Un giorno Nina scappò e nessuno sa che fine abbia fatto. Spero sia rimasta quella donna speciale che era allora, una donna di fuoco che ama il mare.

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