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Bam Bar

È lei che voleva fare colazione qui. Negli ultimi tempi, infatti, il bar dove lavoro è diventato piuttosto famoso. Pochi sanno che il proprietario, prima di fatturare a granite, riparava elettrodomestici e la ricetta del dolce era solo per pochissimi. Il bar, dalla mia prospettiva, è un angolo di tavolini di Caltagirone e sedie in ferro battuto accartocciato nel cuore della città. Sempre pieno, le granite di mandorla e cantalupo che si sciolgono, il cappello della brioche a forma di capezzolo.

Al tavolino con lei, lui si lamenta. A quanto mi par di capire, qualche anno fa voleva stare solo, solo come un cane. Gli andavano bene, benissimo, gli amici, le serate sospese, il lavoro in un piccolo studio, dalle sette del mattino alle quattro del pomeriggio con la camicia e poi magliette stropicciate. Ma non voleva nessuna donna con sé. Si lamenta, lamenta, lamenta di tutto. E la famiglia, e i nipoti, e il lavoro, e la iella. Poi, in un battibaleno, ha deciso di infischiarsene della solitudine ed è inciampato in una tipa scorbutica. Alla fine di molti lamenti sono andati a vivere insieme. Anche lei petula; e ho fame ma sono sformata, e non sono abbastanza questo, e sono troppo quello, sono di malumore e voglio ammutinarmi, voglio saltare sul tappeto elastico finché non ho più pancia e bocca per ridere.

Dalla mia posizione posso sentirli battibeccare e vederli gesticolare come in una stanza da ballo. Ma che strani gli esseri umani. Blaterano e blaterano e poi si prendono per mano. Magari scappano e poi si sbattono addosso, a volte non sanno neppure come sono finiti davanti una granita al tavolo del Bam Bar.

E io quasi sono diventata succo di frutta a sentirli blaterare di cose inutili.

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