Loading...

A piedi nudi

Il maratoneta che mi ha insegnato il tempo sospeso della corsa, il ritmo del respiro, i muscoli che non cedono, la falcata che spinge fino alla fine.

Sono morto il 25 ottobre del 1973 a quarantuno anni, che sono troppo pochi perché la terra si riprenda il corpo di un uomo. Forse la morte mi ha rubato giovane per riscattarsi dell’incredibile corsa che è stata tutta la mia vita. La strada davanti a me, la vedo bene anche adesso, ha il colore porpora e marrone scuro della terra dove sono nato. La strada che ho davanti è lunghissima, all’occhio pare infinita.

Invece io so bene che il percorso è di quarantadue chilometri e centonovantacinque metri.

Un fremito, l’adrenalina scorre dentro ai muscoli tesi, quelli che contraendosi si godono il momento statico che precede l’inizio della lotta. Respiro a fondo, allungo le gambe, mi chino sulle punte dei piedi inspirando ed espirando, cerco di rilassare questo corpo che ha fame, che scalpita feroce nell’istante prima della corsa.

Sono nato il 7 agosto 1932 a Jato. Questo dettaglio da sempre mi fa crepare dal ridere, perché nacqui lo stesso giorno in cui a Los Angeles si disputava la maratona. Non voglio dire che il mio destino fosse già segnato, ma le cose stanno proprio così; col destino ci siamo sbattuti addosso al mio primo vagito sulla terra. Jato è un villaggio etiope a 9 chilometri da Mendida e a circa 130 da Addis Abeba. La mia famiglia, come la maggior parte della gente qui, era estremamente povera. Da piccoli, io e gli altri bambini correvamo a piedi nudi per le strade inesistenti del villaggio, correvamo imperterriti su quelle vie fatte di polvere e ciottoli, facevamo a gara per arrivare al pozzo d’acqua più vicino. Poi, sotto il sole forte dell’Africa che non perdona gli uomini che non sanno correre, tornavamo alle nostre case carichi come muli. Urlavamo impazziti, coraggiosi, mentre gli altopiani ci stancavano le ginocchia e lo sforzo faceva stentare il fiato. Eppure niente ti rende libero come una lunga corsa. Ricordatevelo questo mentre vi racconto la mia storia, niente rende liberi come una lunga corsa.

A diciassette anni mi arruolai fra le guardie dell’Imperatore Hailé Selassié. Ricordo come fosse ieri la fatica di maneggiare l’arma etiope. Ricordo la scritta in amarico sul lato sinistro del fucile, dietro l’alzo, la traslitterazione suona all’incirca “Kebur-Zabagnà”, ossia Guardia Imperiale. Indossavamo divise formali, ma non calzavamo scarpe. Era una scelta naturale. In fondo, niente è paragonabile alla terra nuda sotto le piante dei piedi.

Nulla rende liberi quanto riuscire a cavalcare la strada a piedi scalzi.

A ventuno anni vinsi i campionati etiopici militari, ed è lì che Onni Niskanen, allenatore svedese, decise di allenarmi per i giochi olimpici. In quel frangente della vita, la strada da seguire era dritta e chiara, come quando l’aria viene scavata dallo sparo che segna l’inizio di una gara. BUM. Uno squarcio negli occhi, il sussulto delle spalle e il corpo che spinge con furia scattando in avanti. Dal giorno in cui vinsi la mia prima gara, il talento, la fortuna sfacciata e forse pure Dio, mi afferrarono per le mani, per i piedi, e mi trascinarono lontano, dove mai avrei pensato di arrivare. Quegli anni si riempirono d’impegno e dedizione, di passione, di fatica, di cadere e rialzarsi senza avvertire il peso della sconfitta. Ero ancora un “nessuno”, Wami Biratu aveva tempi migliori dei miei, ed era lui che sarebbe dovuto partire per l’Italia. Poi, una settimana prima della gara, s’infortunò giocando a pallone, e fui io a sostituirlo.

È cosi che doveva essere, non c’è dubbio, dovevo esserci io su quel volo diretto a Roma. Mentre sedevo inquieto ai confini del cielo, ho sentito che qualcosa di immenso stava per travolgermi.

La capitale era magnifica. Un mese prima della gara viveva già la trepidazione della sua prima Olimpiade e risplendeva di una luce che non so descrivere. Anche a distanza di anni, anche adesso che sono morto e che dovrei avere chiare tutte le cose umane, quella sua bellezza intrepida rimane per me un mistero. Spesi quel mese a correre sul triangolo Viale Cristoforo Colombo- Raccordo Anulare- Via Appia Antica, per abituarmi all’asfalto, alla terra artificiale dura e grigia. La falcata aveva perduto i tratti selvaggi e adesso è un battito leggero e rapido; il piede tocca con la mezza punta il suolo e poi si rialza sicuro. La corsa è un momento di unicità totale, il corpo si risveglia e diventa ritmo forte, vibrante, pieno. La mente resta concentrata, come una macchina da guerra che porta alla vita. Quando corri, incamerando chilometro dopo chilometro, nelle orecchie regna l’ordine della pace.



Abebe Bikila alle Olimpiadi di Roma, 1960. Fotografia: la Repubblica

Il dieci settembre 1960, quando ormai la terra non ribolliva più di sole, stavamo pronti e nervosi sulla pista. Era il mio grande giorno e non avevo scarpe ai piedi. Il marocchino Rhadi era il favorito, in pochi credevano che avessi anche una sola maledetta chance. Eppure io e il destino ci eravamo scontrati fin da subito e di quel fato bizzarro dovevo pur fare qualcosa di buono. Ho scalzato gli avversari uno dopo l’altro, spinto le gambe a un ritmo cadenzato, riservato energia per lo scatto finale. Poi, quando gli altri maratoneti stavano ormai indietro, ho ascoltato tremante il passo di Radhi vicino al mio, era l’unico avversario che mi rimaneva davanti. Poi il suo respiro è diventato il mio, il fiato corto era il mio, il suo ginocchio era il mio. Le nostre bocche erano asciutte e rugginose allo stesso modo. Due corpi si erano trasformati nella stessa carne. Uno dei due però doveva spingere più in alto e più a fondo. I chilometri non annientano, passano prima con lentezza, e poi, una volta che il corpo ha acquisito consapevolezza, diventano rapidi come il battito del martello. La strada davanti si ramificava ed espandeva dentro alla testa, correndo sentivo finalmente di essere nel posto giusto al momento giusto. La maratona puoi vincerla solo se riconosci di essere un’unica cosa con il mondo, con la terra nuda e con la forza del tuo avversario. La maratona la vinci solo quando combatti per qualcosa, consapevole che nessuno di quei chilometri su cui hai faticato è sprecato. La maratona la vinci solo quando possiedi un obiettivo lucido, solo se al quarantaduesimo chilometro sei ancora in piedi e potresti farne altri dieci. Io e Radhi correvamo insieme, poi ho avvertito uno squarcio improvviso, i miei piedi hanno mollato l’asfalto ruvido e sono volati. Il fianco non ha mai ceduto, l’energia febbrile dei sogni che si avverano, sempre più forte, sempre più dirompente. Prima spalla a spalla, poi dieci, venti, ormai cinquanta metri lontani. Poi cento, i metri a separarci. Ventisei secondi di stacco. Ecco il traguardo all’Arco di Costantino, il mio, quello della mia gente, l’ultimo balzo, l’ultimo respiro profondo. Il traguardo è mio. Sono io che vinco e vivo, senza fatica addosso. Il primo con il cuore dell’Africa nera a salire così in alto sul podio. Eppure, dentro a questo trionfo, c’era qualcosa di simile a quando correvo con gli altri bambini del villaggio per raggiungere l’acqua.

Ho vinto la maratona in due ore, quindici minuti e sedici secondi.

A piedi nudi.

Dopo quella gara feci ritorno a casa da eroe, simbolo della sconfitta del colonialismo. Avevo ventotto anni, ero giovane e intravedevo una miriade di possibilità. Continuai ad allenarmi per i quattro anni successivi, in vista della gara di Tokyo del 1964. Non era mai capitato che qualcuno vincesse la maratona due volte consecutive.

Quando giunsi a Tokyo non ero in forma smagliante a causa di un’operazione, mentre sulla linea di partenza stavano i migliori sessantotto maratoneti del mondo. Non presi il comando subito e fino al ventesimo chilometro me ne stetti in disparte, a preservare le energie. In testa l’australiano Ron Clark e l’irlandese Jim Hogan, mentre io stavo dietro quieto, vicino ma non troppo. Volevo rassicurare loro e il pubblico che non ce l’avrei fatta, volevo che la gloria giungesse inaspettata. Al ventesimo chilometro cominciai ad avanzare, in progressione rapida staccai gli avversari ritrovandomi davanti, completamente solo. Possedevo le strade vuote di Tokyo come avevo posseduto il traguardo romano quattro anni prima. Il pubblico non emetteva un fiato, sospeso e incredulo. Ottantamila persone col cuore che batteva piano, per non smorzare la corsa. Quando aggredii il traguardo avrei potuto correre ancora, altri venti chilometri, tutta la vita intera che mi rimaneva. Mi sentivo leggero, la leggerezza di avercela fatta. Due ore, dodici minuti e undici secondi. Avevo superato, di oltre tre minuti, il mio stesso record di quattro anni prima.

A questo punto delle memorie vorrei raccontare di come quello fu solo il preludio di altre vittorie e lacrime felici. Invece, la strada che ho davanti perde i contorni lisci e luminosi, e mi si stringe addosso triste e pericolosa. Il destino s’imbizzarrisce, si riprende tutto quello che concede. Un infortunio grave alle porte della gara di Città del Messico nel 1968, e questa divenne la sconfitta più infame. Un dolore lancinante alla gamba, i miei denti stretti per arrivare a fine gara. Non ce la feci, e al diciassettesimo chilometro mi ritirai. L’unica cosa a consolare i ricordi tristi è che anche quell’anno l’Etiopia vinse la medaglia d’oro.

Il tracollo di un uomo è duro da sopportare, soprattutto quando si è stati all’apice per tanto tempo. Una volta assaporato il podio, la caduta è ancora più dolorosa, vile, devastante. Avrei desiderato un tris di vittorie, eppure per me Dio aveva altri piani. Chi corre conosce le proprie gambe meglio di qualsiasi altra cosa; le sente solide, impossibili da castrare. Quindi, quando l’incidente d’auto mi rese paraplegico, per me fu esattamente come morire una prima volta. La corsa rende liberi, regala una forza sovrannaturale. È lo sport che mi ha salvato dal disastro, che mi ha permesso di sopravvivere. Io, abituato a correre a piedi nudi, adesso stavo stretto su una sedia a rotelle. Eppure mi ripresi. Iniziai a tirare con l’arco, a gareggiare dove e come potevo. Ad allenarmi intensamente sfidando le condizioni fisiche cui ero sottomesso. La gente mi ricorda ancora, più che per le vittorie olimpiche, perché ho saputo farmi beffa dell’umiliazione e ho creduto fermamente che in quella vita a metà ci fosse ancora più vita.

Tenete a mente che tutto passa e tutto scorre; la violenza del destino, come la sua gloria, ha un termine. Nella vostra corsa, il percorso è sempre estenuante e logorante, ben più lungo e faticoso di quarantadue chilometri. Solo se si ha il coraggio e la forza di superare le cadute disastrose, quelle che ci fucilano la speranza, si ha la possibilità di arrivare sino in fondo. Bisogna correre per qualcosa, un obiettivo solido che sappia salvare, curare, fare respirare.

Fatelo per voi stessi, per i vostri cari, per chi vi segue con amore e passione, per chi vi ha cresciuto, per la vostra anima limpida, per le catene che avete tranciato senza remore, per i peccati che avete commesso, per la gioia di vivere, per il pubblico che tiene il fiato sospeso, per il podio che vi rapisce, per chi, grazie alla vostra forza si rialza, per la vostra pelle nera, per la vostra pelle bianca, per il vostro diritto di essere liberi e felici. Abbiate il coraggio di correre lontano, consapevoli delle paure, eppure indipendenti da esse. La corsa è fatta di tutta questa passione indomabile che riesce a spezzare i mostri.



L’etiope Abebe Bikila e l’irlandse Jim Hogan competono nella maratona maschile durante le Olimpiadi di Tokyo il 21 ottobre del 1964. Fotografia: Asahi Sshimbun

L’asfalto della strada che mi sta davanti a questo punto, mentre finisco di ripercorrere la memoria, non ha più il sole a cuocerlo. Piove. Eppure non rammaricatevi, il fianco non duole, ho ancora dl fiato a disposizione. Sono ancora leggero, come alla mia prima maratona. Respiro l’inizio della fine della mia corsa.

Morii ad Addis Abeba di emorragia cerebrale. Al mio funerale erano presenti 75.000 persone, compresa la famiglia dell’Imperatore che per quel giorno aveva indetto lutto nazionale. Adesso, lo stadio nella mia terra di altopiani aridi conserva il mio nome, c’è una targa a Roma che mi ricorda e hanno girato un film sul mio conto. Se mi acclamano tutt’oggi, non è solo per le medaglie d’oro, quanto per la forza umana con cui ho lottato, perché nonostante abbia calcato il podio, sono rimasto il bambino che corre in mezzo alla polvere, perché ho dato all’Etiopia la voce forte che le spettava, perché ho continuato a correre sempre, anche quando non avevo più gambe per farlo. Nonostante il destino mi abbia stretto in una morsa, sono vissuto e sono morto da uomo libero, incalzando la terra a piedi nudi.

Il mio nome è Abebe Bikila.

You might also like

No Comments

Leave a Reply