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Amplesso strumentale

[Armonica] Potresti almeno lavarti i denti prima di soffiarmi dentro l’aria con forza, insieme  agli odori di questa città stantia e avvinazzata che non mi è mai appartenuta. Invece di viaggiarcela per il mondo, trascorri il tempo libero a lucidarmi la carrozzeria. Dovresti dedicarti un po’ anche a quel tuo odore, consentimi di dirtelo.

[Trombetta] Mi stai tutto il giorno col fiato sul collo, senza lasciarmi un attimo per respirare. Non è normale, questa nostra vita allo sbaraglio tra muretti e sampietrini. Sarà la decima capriola che mi fai fare da stamane, ma davvero vuoi suonarmi così per tutta la vita?

[Cono Megafono] Mi trascini perennemente incastrato sotto al braccio, come fossi un ingombrante sacco di patate. Perpetriamo il nostro amplesso dall’alba al tramonto, instancabilmente, davanti a centinaia di persone, di passanti. Cosa penseranno di noi? Che siamo forse tuoi prigionieri?  Invece sei tu il nostro ostaggio.

[Secchio] Doveva pur esserci la fantomatica, miserabile, ultima ruota del carro. Brutto e scrostato, non hai mai pensato di darmi un nome qualsiasi o lucidarmi i bordi, di scandire con la chitarra il mio battito cardiaco. Sto seduto per terra davanti a tutti, ma figurati chi mi nota. Nessuno, cribbio! Solo quando arriva il momento di sganciare la pecunia, i piccioli, i dindini, la gente smette di applaudirvi ammirata e lancia monetine che mi rimbombano “dong donoong” dalla gola fino allo stomaco. Che vita grama.   

[Cucchiaio] Non riesci ad essere un tantino più delicato con quel piede lì? Hai paura che le forze scemino? Hai paura di perdere questo gran daffare di ritmo?

[Piatto] Mi sento in bilico, come se stessimo per perdere l’equilibrio da un istante all’altro. Se sbatti e schiaffeggi ancora un po’ questo tuo corpo molle, andrà a finire che cadrò nel fiume, e chissà se mi rivedrai mai più. Chissà se te ne accorgeresti.

[Chitarra] Mi fai dare di matto quando mi strimpelli e la tua carne s’incorda al mio legno. Solo tu riesci a farmi vibrare e insieme diventiamo un roboante, insaziabile, amplesso strumentale.   

Così Alexander, il musicante di Praga, smuove e spinge i suoi petulanti strumenti fino a che il suono non volteggia per aria e noi ascoltatori rimaniamo attoniti a guardarlo mentre il suo ginocchio fa un suono colì e il palmo della mano ne fa un altro colà, il piatto in testa bestemmia e il secchio rimane immusonito e indisciplinato. La chitarra, invece, è sempre più innamorata di questa vita faticosa sù e giù per i ponti di Praga. Ed io che sto in mezzo al pubblico, non riesco a immaginare quella sagoma scossa e ansimante senza trombette e quegli strumenti che sarebbero solo metallaccio senza il suo corpo.

Strumenti, come organi.  

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