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Larve al barbecue

Dieci cinesate culinarie.

La polaroid di una cena. Siete al ristorante, in una città all’estero, e il cameriere vi serve un piatto che voi non avreste mai ordinato. L’odore è aspro e la forma informe. Decidete di protestare, così richiamate indietro il cameriere e sul menù indicate il piatto che avevate chiesto. Il cameriere vi sorride gentilmente, annuisce e poi sgambetta via a servire altri tavoli.

Il vostro piatto è proprio quello.

Mia madre racconta di quando, in età poppante, mi scarrozzò preoccupata dall’ortopedico perché temeva soffrissi di valgismo. Il medico rispose che il valgismo c’entrava ben poco con la mia camminata tutta storta. Ero solo molto, molto grassa. Il mio rapporto con il cibo lo descriverei tuttora come viscerale, passionale, a tratti ossessivo. Inoltre, ho sempre prediletto il cibo italiano, e in particolar modo quello del sud.

Come, dunque, l’amore per il cibo e l’amore per il viaggio possono incastrarsi? Senza cannoli e raviole di ricotta, si muore?

Portare valigie piene di vasetti di caponata in giro per il mondo, non è una buona soluzione.

Come si sopravvive alla cucina orientale?

Mi rivedo in un momento poco idilliaco; la prima volta in Cina avevo sei ore di fuso orario addosso e stavo appollaiata, insieme a tre donne sconosciute cinesi, a una tavola rotonda. Mi misero davanti una ciotola di riso solo per me, al centro piatti comuni di cibi indefiniti, e le bacchette.

Un attimo, le bacchette?

Le vidi, stavano dietro la ciotola di riso e mi sbeffeggiavano. Avevo una fame incredibile, l’odore plastico dell’aereo non era bastato a nausearmi, e quelle moleste bacchette, mai usate prima, mi facevamo impazzire. Tutto il resto della combriccola ingurgitava rapidissimamente, le mie dita invece s’incastravano nei bastoncini, qualunque cosa afferrassero, a due secondi dall’essere divorate, scivolavano e crollavano miseramente nel piatto. Una delle donne mi guardò e disse

<<Devi arrangiarti, non abbiamo forchette in casa>>.

Quindi, la prima cosa che ho imparato dalla cucina orientale, è che per tutto, per qualsiasi cosa, ci vuole pazienza e allenamento. Anche per cibarsi. Le bacchette, i primi tempi, inciampano fra le dita, s’incrociano, e tu vorresti solo affondare la bocca nel piatto. La seconda cosa che ho imparato in Cina è che la salsa di soia sta bene con tutto e su tutto; ravioli, riso, carne, uova, e su tutte quelle pietanze che ho mangiato senza capire cosa fossero. Alla salsa di soia, tutto è concesso. La terza è che la Cina ha un’atmosfera particolare, un misto di tantissimi odori diversi, spesso aggressivi, a volte dolci. Pizzicano prepotenti il naso e all’inizio potrebbero indisporre chi è abituato a sapori, come dire, europei. Ma le vecchie abitudini non devono frenare in alcun modo la curiosità di assaggiare tutto, spingersi oltre le proprie routine e mettere in gioco il palato. Soprattutto, il corpo ha bisogno dei suoi tempi per adattarsi e sconfiggere l’istinto di reticenza. Spesso le cose ci disgustano prima ancora di averle testate, e allora ci chiudiamo, si chiude lo stomaco, e non ci proviamo neanche. Quello che ho imparato, è che per tutte le volte in cui ho messo da parte l’impulso di correre via a gambe levate e cucinarmi, alla bella e meglio, una pasta alla norma, non mi sono mai pentita di aver messo alla prova lo stomaco.

La quarta cosa che ho imparato è che nel sud della Cina si mangia piccante da morire. Un piccante funesto che vi brucia tutto e vi stende. Per quelli come me, che amano la cucina forte e violenta, questo è proprio il paradiso. Datevi una botta vita, un bungee jumping del palato.

La quinta, è che quando andate a fare la spesa in un mercato orientale, e siete persone curiose, ci saranno miliardi di cose ad ispirarvi. Frutti tropicali giganti, fritto di ogni genere, porzioni di riso super economiche, pane di riso, verdure rigogliose come alberi di natale, patate come palloni da calcio, pomodori grossi come le vostre teste, melanzane dalle forme più assurde. Da bravi, riempite le vostre buste, prendetevi tutto, ma se non desiderate passare il giorno successivo incatenati alla toilette, lavate tutto con estrema cura.Davvero moltissima cura.

La sesta cinesata è che se passate a Leshan, la città del Buddha gigante per intenderci, dedicate una sera a passeggiare per le strade illuminate e silenziose. Magari avete speso l’intera giornata a scoprire la città e siete stanchi. Prendetevi il tempo di cenare in uno di quei ristorantini tipicamente cinesi dove a pelle, non mettereste mai piede. Scegliete un tavolo lontano dal barbecue, in modo che il fumo non vi affoghi. Rilassatevi dalle voci confusionarie intorno e dalla stanchezza sulle gambe, ordinate birra ghiacciata e arachidi dolci, poi gli spiedini di carne. Un piatto di verdure e riso come contorno. La birra scende rapida, l’atmosfera si rinfresca senza che ve ne accorgiate, le voci si risvegliano ma non annientano più. Quel cibo riempie, soddisfa, rifocilla dopo tutto quel camminare e camminare, fotografare il Buddha da tutte le angolazioni, due selfie alla mamma e il caldo dei 40 gradi nelle mutande.

E poi però, la cena perfetta, rende la giornata perfetta.

L’ottavo punto nella mia lista è di certo Xi’an, la città dei guerrieri di terracotta. Uno dei posti più incredibili del mondo. Meraviglia dell’esercito a parte, perdetevi a provare tutti i tipi di ravioli su cui riuscite a mettere le fauci. L’arte della pasta, i suoi intrecci, la cura della tradizione, le composizioni. Si scioglie in bocca, e non potrete farne più a meno. Andate nei posti meno turistici, infilatevi in angoli a caso e sedetevi dove incontrate gente del luogo. Immergetevi nella cultura culinaria e beffatevi della dieta. Provate anche i dolci, chi pecca di gola rimarrà di certo soddisfatto. La Cina, soprattutto quella lontana dalle grandi metropoli, non è fatta di ristoranti 5 stelle e camerieri incamiciati. Bisogna levarsi dalla testa piatti e bicchieri puliti e cercare i posti più tradizionali, quelli dove un occidentale non lo si vede mai e tutti i cinesi vi squadreranno come se andaste in giro nudi.

La nona chicca cinese è un’esperienza personale, la volta in cui con la faccia disgustata e le bacchette esitanti, mangiai le larve tozze che avevo visto stiracchiasi pacifiche in un sacco di plastica cinque minuti prima. Mi ero sempre rifiutata di provare quel genere di cose, vermi e scorpioni non sono mai stati prede succulente per me, eppure vi posso assicurare che le larve, arrostite e cosparse di salsa barbecue, non sono neanche così male. Bisogna distrarre le proprie abitudini, ciò che non vi sembra normale, non è detto che sia disgustoso.

La decima è la mia concezione di “nutrirsi”: mangiare, mangiare bene, mangiare sano e qualche volta grassissimo, cambiare abitudini, cucinare etnico, imparare a usare le bacchette oppure le mani, provare il ristorante più strano e restarne meravigliati, divertirsi nel curiosare, i miscugli di sapori, dolce e salato insieme, agro dolce, piccante da far tossire, aspro che brucia la gola. Spezie dai nomi impossibili e odori pungenti. Vermi, serpentelli o coda e zampe di maiale. Che sia cinese, indiano, italiano, francese, brasiliano, africano e chi ne ha più ne metta, mettetevi alla prova. Gustare piatti tipici, ma veramente tipici, del posto in cui vi trovate, è fondamentale per infilarvi i vestiti di un popolo, quelli di chi è cresciuto su una terra e in mezzo a tradizioni totalmente diverse dalla vostra, e camminarci dentro.

Insomma, ve lo assicuro, il viaggio vero vien proprio mangiando.

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