Loading...

Straparlare

‘Che bestia, che bestia che sono ’

‘Che cretino, cretino che sono ’

Aci Castello è petulante, un puntino di vicoli e case basse che prima o poi s’intrecciano al mare. Adesso c’è un supermercato più grande e il negozio di bici a noleggio per turisti, ma in questi anni non si è allargato poi più di tanto. Luoghi come questo permangono, esasperati ed immutabili. Prima era soltanto più sconosciuto, privato, anche se ci si conosceva tutti quanti ed era un continuo ‘buonasera, comu semu, chi si dici, arrivederci’.

E cos’altro c’era da fare? Al mini market conversavamo con questo e con quello mentre dal panificio trafugavamo un chilo di pane di semola e qualche pizzetta. La coda in farmacia, che sta seduta proprio accanto alla Chiesa di San Mauro, si trasformava in una discoteca di conversazioni. Tornando verso casa, su via Re Martino, c’era quello scrosciare cantilenante di signore che s’interrogavano dal balcone e stendevano le mutande al vento. Due piccole scuole elementari segnano ancora i confini ai lati opposti del paese e all’una spaccata, fuori dai cancelli arancioni, i nonni in fila aspettano, esattamente come allora, lo scoccare vertiginoso della campanella perché i bambini si spingano fuori come selvaggi.

Tu, che eri tutto capelli grigi e angoli, parlavi con chiunque incontrassimo e mi costringevi a salutare i passanti, anche i nuovi arrivati intimiditi e i turisti bianchissimi venuti da fuori, perché certo dovevo essere educata. ‘Si saluta sempre, devi salutare sempre’. Parlavi molto anche da solo, mugugnavi gonfiando le guance morbide e la stoffa delle tasche s’ammaccava nel gesticolio delle mani. Nei duecento metri che separavano l’appartamento dal circolo degli scacchi, ti dondolavi fra saluti, stringevi le mani al fruttivendolo o al geometra e impersonavi a voce alta quelle tue strambe rivolte personali. ‘Che bestia che sono, oh che bestia’. Non capivo mai cosa farfugliassi e inizialmente credevo di essere il tuo interlocutore, invece se chiedevo ‘parli con me’ e se ascoltavo i tuoi sbuffi tartagliati, sorridevi e mi stringevi la mano un pelo più forte.

Da piccoli si vive ogni momento più intensamente e poi li si dimentica uno dietro l’altro. Almeno, la maggior parte dei ricordi sfocano e si mescolano insieme, fino a diventare il nostro materasso, il pavimento di palloncini su cui procediamo ingenuamente e diventiamo adulti un giorno alla volta. Il mio materasso lo hai fasciato tu, ed è sempre stato così morbido e sicuro, e i palloncini così tanti, da non riuscire a sceglierne neppure uno.

‘Che bestia, che bestia che sono ’

La mamma ci ha beccati questa volta. Scorrazzavamo per il paese con il motorino, tu seduto e io in piedi a sostenermi ai tuoi ginocchi ossuti. Avevamo tutte quelle buste agganciate al manubrio, grandi e piccole, piene di giocattoli, bambole e mostri di plastilina. Era il nostro gioco per niente segreto, io mi ingolfavo di pubblicità alla televisione e poi volevo, volevo, volevo, come tutti gli esseri umani, e volevo, volevo, volevo tutto. Adesso, questa voglia capricciosa faccio finta sia passata, ma in verità ci ritrovo sempre lì, tra le pubblicità strampalate, le mie richieste barbare e le gite su quel motorino sbeccato su cui facevamo le scorribande senza casco, come se tu non fossi stato quasi totalmente cieco. Mamma ci vide mentre sgattaiolavamo in garage e si sgolò fino a che non c’era più voce e tutta la sua rabbia e la paura non sono diventati un trascinarmi bruscamente fino a casa.

La mamma ci ha beccati un’altra volta e  la colpa è solo nostra, siamo stati sprovveduti. Ai piedi indossavo quelle Superga che nei miei anni novanta le avevamo tutti e non costavano nulla. Verde pistacchio. Quel giorno mimavamo una storia, non ricordo quale, correndo senza sosta per il giardino fino a che la storia non l’abbiamo immaginata su una spiaggia. Abbiamo velocemente raggiunto la riva, che dista un centinaio di metri dal giardino, e una volta lì la nostra fantasia, non so come, si è spostata fin dentro al mare. E scavalcando il ponte in ferro, vestiti da capo a piedi, ci siamo tuffati dallo scoglio più nero e alto che c’è.

La mamma è tornata e ha trovato una lunghissima striscia d’acqua che si allungava e penzolava per la scala a chiocciola. Ancora ci stavamo lavando e asciugando quando, colti in flagrante, abbiamo dovuto confessare tutto, tutto di come la nostra storia ci aveva condotti in mare a marzo, quando l’acqua ancora non perdona i bagnanti avventati. E nemmeno la mamma ci ha perdonati per quei vestiti e le Superga pistacchio abbandonate in un’enorme pozza di acqua salata in salotto.

‘Che bestia, che bestia che sono ’

Ho avuto ogni giorno un gioco nuovo che andava ad ammucchiarsi in una stanza già piena di tutto, e quando non sapevo andare in bicicletta ma volevo pedalarne una per adulti vista in strada, mi hai messo sul sellino e ci siamo sfracellati entrambi. La mattina in cui ho saltato la scuola per la febbre molto alta, al pomeriggio ci hanno trovato in Piazza Castello a vagabondare sotto un vento fortissimo. La mamma si terrorizzava e ogni volta ci urlava che andando avanti così ci saremmo ammazzati, cadendo dal motorino oppure all’addiaccio in qualche dirupo che avremmo tentato di esplorare. Ma noi non sapevamo resisterci, non riuscivamo ad eludere questo amore folle stando seduti sul divano.

Dagli splendidi anni novanta ad adesso, si è aggrappato al mio collo parecchio tempo e troppo spazio. Certo mi tocca rimproverarti; hai speso tutto il nostro tempo a viziarmi invece di avere il coraggio di disegnarmi come funzionano davvero le cose; un giorno il motorino avrei dovuto guidarlo da sola, mi sarei dovuta occupare e preoccupare di me, lo scivolo blu in giardino sarebbe diventato troppo stretto perché ci entrassi e il vino rosso che sputavo perché troppo amaro mi sarebbe piaciuto moltissimo. Arrivata ad un certo punto di questa linea scompigliata e sconosciuta, le cose in cui stavo comoda sono diventate ridicole e improbabili. E il giorno dopo aver trovato quel maledetto punto, ho sbattuto forte su di un vetro, scoprendo che nella vita c’è solo una persona, forse due, disposte a tuffarsi in mare a marzo per trovarti la fine di una storia. E qualche anno dopo, in coda in farmacia, non ho riconosciuto più volti e ho smesso di salutare i passanti e i turisti. A quanto pare si diventa così, nascosti. Il materasso che mi hai cucito piano, sotto le ginocchia, e tutti quei palloncini così belli da non saperne scegliere uno, immagino servissero proprio a questo, a spezzarmi i polsi con cautela. Però avresti dovuto capire che non sarebbe stato abbastanza raccontarmi l’odissea di Ulisse, se poi non mi dicevi che quel povero cristo ci aveva messo vent’anni per tornare a casa. Dovrei urlarti contro, come faceva la mamma, perché non mi hai lasciato nessun bugiardino per la sofferenza e m’hai strafogato solo di avventure spaziali.

Adesso che il paesino minuscolo ha le bici a noleggio e le escursioni programmate, io faccio meditazione per oscurare i pensieri e placare la raffineria, la periferia che sono diventata. Ho dimenticato la maggior parte delle cianfrusaglie che hai usato per viziarmi e le magie con cui hai ingrassato il materasso sotto ai miei piedi, e quelle che ho scarrozzato fin qui, dentro al cuore o forse dentro tutto questo corpo scomposto, si sono modificate nel tempo a seconda di cosa si stesse spezzando di me nella caduta.

Però dalla tua pelle ho ereditato, senza saperlo, quel gioco di parlarsi da soli per lasciare andare, per liberarsi dalle increspature dei dolori, quel gioco che non mi hai mai voluto insegnare, forse sperando che non ce ne fosse bisogno, ed io testarda ho voluto appropriarmene lo stesso.   

L’altro giorno tornavo da una corsa, per un attimo la musica ha smesso di scorrere fluida e mi sono sentita mentre straparlavo a voce alta. Le guance lisce che si gonfiavano e interi mucchi di parole si masticavano all’aria fredda.

‘Cristo che bestia, che bestia che sono ’

‘Che cretina, che cretina che sono ’

You might also like

No Comments

Leave a Reply